giovedì 18 dicembre 2014

FIRMA PER L'USCITA DALL'EURO, FIRMA PER IL FUTURO DELL'ITALIA


Riavere la sovranità
non è necessario essere sostenitori del Movimento per darci supporto in questa proposta. Basta semplicemente condividere la convinzione che l’euro è stato un errore per l’Italia e che la moneta unica blocca la nostra economia e le nostre esportazioni, rendendo impossibile, peraltro, la gestione del nostro debito attraverso la sovranità monetaria. Vogliamo tornare ad una moneta che rappresenti il vero valore della nostra economia. Un’iniziativa di buon senso che non è di una parte ma è negli interessi del Paese.



Lo scenario
è chiaro e sotto gli occhi di tutti: subordinazione della politica italiana alla linea monetaria ed economica dell’Europa, stretta dipendenza dalla Germania, il tutto mitigato da qualche slogan sulla necessità di passare “dall’austerità alla crescita”.
Firma per l'uscita dall’Euro, firma per il futuro dell’Italia.

Situazione attuale costituzionale
Dall’Euro, l’Italia, non potrebbe certo uscire tramite un “normale” referendum abrogativo: non soltanto l’art. 75 della Costituzione vieta esplicitamente che possa svolgersi un simile referendum sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali ma, secondo una consolidata interpretazione della Consulta, non sarebbe mai possibile interferire, attraverso referendum, con l’ambito di applicazione delle norme comunitarie e con gli obblighi assunti dall’Italia nei confronti dell’Unione Europea. Né, occorre precisare, è possibile nel nostro ordinamento proporre lo svolgimento di referendum consultivi, al di là delle espresse previsioni della Costituzione (articolo 132).

Il precedente 
L’idea sarebbe quella di una consultazione analoga a quella che si svolse nel 1989 per richiedere ai cittadini di pronunciarsi sull’affidamento, al Parlamento europeo, del mandato di redigere un progetto di Costituzione europea. 
Allora i partiti aggirarono il problema della mancata previsione, in Costituzione, di ipotesi di referendum consultivi in materia mediante l’approvazione di una legge costituzionale (3 aprile 1989, n. 2) con la quale fu indetto un “referendum di indirizzo” (il quale, peraltro, risultò un plebiscito a favore dell’Europa, con l’88% dei sì).
Fu necessaria, allora, una legge d’iniziativa popolare promossa dal Movimento Federalista Europeo – successivamente sostituita dalla proposta di legge costituzionale presentata dal Partito Comunista – la cui approvazione richiese la doppia lettura in entrambi i rami del Parlamento, secondo l’iter necessario per le leggi costituzionali.
Se pur la Costituzione non prevede un’ipotesi simile, nel 1989 i partiti furono allora concordi nell’approvare questo strumento atipico (il “referendum di indirizzo“) mediante una legge costituzionale ad hoc, formalmente “in deroga” o “rottura” di quanto previsto dall’art. 75 della Costituzione, per legittimare con il ricorso al voto popolare l’accelerazione del processo d’integrazione europea. Limitandosi semplicemente all’indizione di quella singola consultazione, la legge costituzionale non ha introdotto nel nostro ordinamento il referendum di indirizzo, il quale è per così dire, una volta svoltesi le operazioni di voto, «uscito dallo scenario costituzionale», facendo così svanire «la temporanea “rottura della Costituzione”».

Iter e problematiche oggettive
-Adozione di una legge costituzionale, come nel 1989, per la quale – come dispone la Costituzione – occorrerebbero due distinte deliberazioni da parte di ciascun ramo del Parlamento 
-votazione, una maggioranza assoluta (non avremmo i numeri in parlamento).
Step successivo
Anche se tutto andasse per il verso auspicato, appare evidente che, in una situazione politica come quella attuale, un’intensa campagna mediatica sarebbe sufficiente ad influenzare larghi strati della popolazione, convincendoli a schierarsi a favore dell’Europa, dell’Euro, a quella retorica del “disastro irreparabile” che l’uscita dalla moneta unica provocherebbe. E non solo: è ragionevole ipotizzare che, alla notizia di un referendum sull’Euro, i mercati finanziari reagirebbero con quei meccanismi di “attacco” che abbiamo già imparato a conoscere negli ultimi anni.
Allora perché farlo? Se si riuscissero a raccogliere le firme che servono (50.000 in 6 mesi), e vincesse il SI all’uscita dall’euro, ci sarebbe notevole pressione sul governo per l’eventuale mancato ascolto del volere della popolazione.

Alternativa
-Proporre direttamente in Parlamento una legge di modifica della Costituzione che introduca il referendum abrogativo in materia di moneta unica
- Proporre l’uscita dai Trattati secondo la Convenzione di Vienna.

Movimento 5 Stelle Alpignano

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